Chi ha paura del behavioral targeting?

16 marzo 2009
Qualcuno ci spia?

Qualcuno ci spia?

Concettualmente, non è certo un a cosa nuova. Eppure l’introduzione di un meccanismo di behavioral targeting da parte di Google ha creato un pò di maretta nella blogosfera.

Riassumo brevemente la questione: Google ha introdotto di recente un sistema che consente di riconoscere gli interessi degli utenti analizzando (e quindi tenendo una traccia cumulativa) dei siti più visitati dall’utente stesso. Queste informazioni sono poi utilizzate da AdSense per “scegliere” quali banner pubblicitari inviare durante la navigazione su Internet.

Secondo Google questa soluzione serve a fornire messaggi più personalizzati e quindi di maggior interesse agli utenti finali. In definitiva la classica situazione “win-win”: gli utenti non sono sommersi di messaggi del tutto privi di rilevanza e i publisher sono sicuri di parlare ad una audience interessata; in mezzo Google, che può chiedere, per questo tipo di comunicazione altamente targettizzata, compensi maggiori.

E allora quale è il problema? Il problema che alcuni paventano è l’invasione , ulteriore, della privacy e la percezione di essere continuamente “spiati” durante la navigazione in rete. E il fatto che si stia parlando di Google, che intercetta la fetta principale delle ricerche sul web e  (con i suoi banner) una fetta generosa dell’intero traffico mondiale certamente rende il problema ancora più sentito.

Personalmente non drammatizzo la cosa, anzi, la ritengo positiva.

Pur vivendo di comunicazione, sono una delle moltissime persone che ha sviluppato una cervello “da rana” nei confronti dei banner: semplicemente, non li vedo.

So infatti che rarissimamente – se non mai – i banner presentano messaggi che mi interessano e quindi li ignoro del tutto e men che meno clicco per approfondire. Tutto questo potrebbe cambiare se il sistema fosse in grado di passarmi messaggi rilevanti, che contengono proposte per il “mondo” che mi interessa. Spingendo all’estremo questo discorso, i banner diventerebbero quasi degli “arricchimenti” al sito, invece che delle distrazioni/seccature.

E sinceramente non sono neppure molto preoccupato se anche qualcuno dovesse mai esaminare la lista dei siti che frequento: nella peggiore delle ipotesi si annoierebbe a morte 😉

Ma anche facendo un discorso un pò più generale, mi sembra le preoccupazioni espresse siano poco consistenti e soprattutto non molto realistiche. Poco consistenti perchè le informazioni raccolte sono del tutto anonime, e perchè è semplice impedire a Google l’operazione sia utilizzando gli strumenti che Google stessa mette a disposizione che strumenti di terze parti come Track-me-not e simili. Google, anzi, in questo si è dimostrata molto abile e trasparente, dichiarando esplicitamente cosa sta facendo, chiarendone tutti gli aspetti nel codice etico di condotta che regola l’utilizzo di AdSense e implementando politiche rigide per i punti più critici (ad esempio legati alle preferenze politiche/religiose,  alle informazioni sensibili quali lo stato di salute, ai minori, ecc).
Altri avevano già intrapreso una strada simile con minor trasparenza e sensibilità.

Ma soprattutto sono poco realistiche perchè la maggior parte delle persone è interessata alla pubblicità, se questa offre informazioni rilevanti! La tendenza è chiara: l’utente vuole sempre essere al centro, anche della pubblicità!

Reblog this post [with Zemanta]